Quelli che vengono dall’altro mondo. Antagonisti o donatori?

By capun

di Andrea Inglese

Riprendo la riflessione iniziata qui sull’esigenza di smontare una certa immagine razzista e xenofoba dell’immigrato, che una parte delle società italiana sta accogliendo come ovvia. E voglio partire da questa semplice domanda: “Lo straniero che si trova tra di noi è una minaccia?”. Se la maggior parte degli immigrati rappresentano per la maggior parte di noi un’effettiva minaccia, allora dobbiamo convenire che ci troviamo in una situazione di pericolo estremo, di emergenza, che giustifica non solo reazione spontanee irrazionali, ma anche legislazioni speciali, d’eccezione. Detto altrimenti, mi chiedo se, di fronte allo straniero, l’italiano si trovi oggi nella stessa situazione del naufrago nella scialuppa, di cui parla Hans Magnus Enzensberger in questa parabola: “Una scialuppa di salvataggio con a bordo tanti naufraghi da essere completamente piena. Tutt’intorno, nel mare in tempesta, nuotano altri sopravvissuti, che rischiano di annegare. Come si devono comportare gli occupanti della scialuppa? Respingere il primo che si aggrappa al bordo della barca, magari mozzandogli le mani? Sarebbe un omicidio. Prenderlo a bordo? Ma allora la scialuppa va a fondo con tutti i sopravvissuti” (da La grande migrazione, Einaudi, 1993).

Questa parabola, richiama quei discorsi che definiscono l’immigrazione insostenibile per il nostro paese. “Se ne continuano ad arrivare, la società intera va a fondo.” Il problema non è quello di una “cattiva volontà” del paese ospitante, ma dei suoi limiti strutturali. In quest’ottica, colui che viene da fuori, come il naufrago nelle acque, richiede a colui che sta dentro un aiuto, un gesto di generosità, un sacrificio. Ma ogni atto generoso ha un limite, e questo limite è inscritto nelle risorse del donatore. Non possa dare più di quello che ho, ma non posso neppure dare tutto quello che ho. Bisogna a questo punto chiedersi se realmente il rapporto tra italiano e straniero ricalca questo tipo di relazione. E se così fosse, bisogna chiedersi se la barca sia davvero “piena”.

Un altro modo di raffigurarsi lo straniero come una minaccia, è quello di rappresentare la sua venuta presso di noi come un’invasione. Ora, quest’immagine rimanda a due significati fondamentali: c’è invasione quando c’è penetrazione violenta (armata), occupazione, devastazione, saccheggio, ecc., oppure c’è invasione, quando c’è una propagazione nociva e inarrestabile come quella di certi animali o di certe piante. Questo secondo significato rimanda però a quello già formulato nell’immagine della scialuppa e nel concetto di immigrazione “insostenibile”. Non è nocivo l’immigrato singolo, ma la massa di immigrati, in quanto essa, anche involontariamente, finirebbe per produrre quegli effetti di devastazione propri dell’invasione. Troppe persone su di una stessa barca, la fanno affondare. Troppi bisogni a fronte di risorse limitate, creano indigenza generale.

Quali immigrati, però, prenderemo in considerazione, per verificare se siano oppure no una minaccia, secondo le due figure delineate dell’insostenibilità e dell’invasione? Di certo, dobbiamo considerare la “maggioranza” degli immigrati nel nostro paese, il maggior numero. E la maggioranza di stranieri sono i 3.690.000 immigrati con regolare permesso di soggiorno secondo le ultime stime del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Rispetto a costoro, gli immigrati in situazione irregolare sono stimati in una forbice che va da un minimo di 500.000 persone ad un massimo di 800.000 (secondo le stime di organismi quali Fondazione ISMU, i sindacati nazionali, Eurispes). Un dato ulteriore, sugli “irregolari”, ci indica che essi sono nel 65%-70% dei casi degli immigrati un tempo regolari, a cui è semplicemente scaduto il permesso di soggiorno. Ciò significa, ed è un punto su cui è già intervenuto su NI Marco Rovelli, che con una legislazione più adeguata, il numero di immigrati regolari salirebbe ulteriormente, riducendo in modo decisivo il numero di immigrati irregolari e che hanno interesse nel restarlo.

Se dunque vi è un problema di sostenibilità, esso riguarderà questa grande maggioranza di stranieri regolari o che ambiscono a una regolarizzazione. Che cosa vengono a fare qui? Sono qui per chiedere aiuto, ossia per essere in qualche modo assistiti? Si tratta forse di quasi quattro milioni di “asilanti”, profughi a cui si è concesso asilo nel nostro paese? Ovviamente no. (Nel 2006 i richiedenti asilo in Italia sono stati 10.000 e solo al 9,5% è stata riconosciuta la condizione di asilante.)

In realtà, la stragrande maggioranza di questi stranieri regolari sono costituiti da lavoratori e dalle loro famiglie (92,1%). Dal punto di vista del mercato del lavoro italiano, essi sono la cosiddetta “forza di lavoro aggiuntiva”, ossia una forza di lavoro necessaria a far funzionare l’economia italiana. Ce lo dice ancora una volta il dossier Caritas/Migrantes (d’ora in poi C/M). La crescita del flusso migratorio dipende dalla domanda di lavoro del nostro paese: “ad avere impresso questo ritmo sono il fabbisogno delle industrie e delle famiglie di manodopera aggiuntiva”. Anche le “famiglie italiane” hanno bisogno della manodopera straniera.

Dunque gli stranieri non vengono qui per chiedere aiuto, carità, assistenza, ma per lavorare nell’industria, nei cantieri edili, nei servizi alle famiglie. Non giungono sulla scialuppa dei sopravissuti, ma sulla grande nave che perde colpi, e subito sono reclutati sul ponte, per poi infilarsi in sala macchine o nelle cucine a sgobbare. Ma davvero lavorano? “Il loro tasso di disoccupazione (8,6%) è di due punti superiore a quello degli italiani, rispetto ai quali sono maggiormente soggetti a contratti a tempo determinato. Il loro tasso di attività è del 73,7%, 12 punti percentuali in più rispetto agli italiani” (Dossier C/M). Insomma, quando non vengono lasciati a casa, lavorano più duramente degli autoctoni.

Ma non erano venuti ad approfittarsi delle nostre esigue risorse, anzi, non erano quelli del saccheggio, della razzia? “Incidono per il 6,1% sul PIL e pagano 1,87 miliardi di tasse.” (Dossier C/M). In compenso, non appena è possibile, tendono ad essere sfruttati al massimo dagli autoctoni: “Il settore edile, nel quale la percentuale dei lavoratori immigrati sul totale è in costante aumento, mostra che i diritti non viaggiano alla stessa velocità visto il diffuso sfruttamento di manodopera in nero (1/4 del totale), sottopagata e utilizzata ai livelli meno qualificati” (Dossier C/M). Insomma, sono persone che hanno molti doveri e pochi diritti. Il cittadino davvero ideale. Anzi, il lavoratore meno il cittadino. L’ideale della società neoliberista. Un’ideale, però, imperfetto, in quanto l’immigrato regolare ha comunque diritto ad avere una vita privata, ossia una famiglia. Ma forse la possibilità di usufruire del “ricongiungimento familiare”, avere una moglie che lavora in casa o fuori, e dei figli che vanno a scuola, lo fanno ripiombare nella figura del puro richiedente o dell’invasore? Lo si vorrebbe un assiduo lavoratore, ma anche sottoposto ad un regime di isolamento affettivo ed erotico? Si vorrebbe, insomma, un’immigrazione santa, capace di sacrificarsi interamente alle illimitate esigenze degli autoctoni? Uno scenario alla Dogville, in fin dei conti, dove colui che è veramente minacciato – di venir sottopagato, di non trovare qualcuno che gli affitti casa, di perdere il lavoro, di finire in situazione irregolare, di rimanere separato dalla famiglia, di subire discriminazioni ed offese – si rivela essere lo straniero, un soggetto infinitamente ricattabile.

Riprendiamo allora la parabola della scialuppa, e adattiamola ai dati di realtà. Sulla nave Italia ci sono dei gruppi di persone che hanno una gran bisogno di “forza lavoro aggiuntiva”, che non gli è fornita dai passeggeri connazionali. Inoltre, questi passeggeri sono sempre più vecchi e fanno sempre meno figli, mettendo a repentaglio il futuro della navigazione. È una situazione insostenibile. L’unico modo per assicurarsi una normale continuazione del viaggio è imbarcare nuovi passeggeri: energie fresche, da spremere per bene. Anche su questo il Dossier C/M parla chiaro: “La popolazione italiana, al netto degli immigrati, è già in diminuzione da una decina d’anni e, secondo le previsioni demografiche dell’Istat, il paese va incontro a un continuo e crescente invecchiamento. Nasce da qui la necessità di immettere lavoratori più giovani, salvaguardando così le esigenze produttive e il livello di benessere. L’Italia fin dalla metà degli anni Novanta sta perdendo posizioni nella competizione internazionale e ha bisogno di recuperare, tanto a livello produttivo che qualitativo. Non ci sono, quindi, ragioni per indicare gli immigrati come un peso”. Potremmo, anzi, togliere la litote, e riformulare la faccenda così: “Ci sono importanti ragioni per considerare gli immigrati come una preziosa risorsa umana”.

A questo punto si ha però l’impressione di vivere in un paese patologicamente scisso: da una parte una gran quantità di persone convinte dell’insostenibilità della presenza straniera o dell’emergenza costituita dall’invasione, e dall’altra gruppi di imprenditori e famiglie che ricercano con urgenza manodopera straniera e la assumono con gran soddisfazione (più produttiva e/o più ricattabile). L’immagine stessa dello straniero è duplice e contraddittoria: per alcuni, una specie di naufrago che cerca aiuto e rischia di trascinarti in mare, oppure un pirata che balza sulla nave per depredarla; per altri, un provvidenziale aiutante, un concentrato della cosiddetta “voglia di lavorare”, pronto ad assumersi i compiti più duri e nocivi, e spesso peggio pagati. Lo straniero svolge, in un caso, la funzione narrativa di un antagonista, che produce una situazione di disequilibrio (impoverimento o degrado del paese); nell’altro, invece, è percepito come un donatore, che fornisce uno strumento magico: la sua abbondante e fresca forza-lavoro, che permetterà all’eroe, l’imprenditore italiano, di ristabilire una situazione di equilibrio: nuova competitività dell’economia, all’interno di un paese in crescita demografica.

Un esempio di questa seconda funzione narrativa, lo ritroviamo in un documento redatto nel 2003 da Anna Maria Artoni, Presidente dei Giovani Industriali. Vi si può leggere che il “lavoro degli immigrati ha consentito nell’ultimo decennio la sopravvivenza, o ha rivitalizzato, interi settori produttivi. Tra gli esempi più evidenti, la pesca a Mazara del Vallo, la floricoltura in Liguria, la pastorizia in Abruzzo e nel Lazio. Nell’insieme, il lavoro immigrato svolge oggi una funzione più complementare che concorrenziale rispetto a quello svolto dai cittadini italiani”.

Questa discrepanza delle immagini dello straniero e delle funzioni narrative che egli svolge negli intrecci, dovrebbe metterci tutti in guardia almeno su di un punto: risulta sospetta ogni affermazione su di un tale tema, che non sia passata ad un severo vaglio critico. Dobbiamo, insomma, cominciare a riflettere sul modo in cui noi stessi, ossia la nostra società, produce dei discorsi sullo straniero, prima di pervenire ad un qualsiasi giudizio sull’oggetto di quei discorsi. È infatti evidente che, ogniqualvolta si nomina lo straniero, dosi importanti di immaginario si mescolano a dati di realtà.

(Ogniqualvolta, qualcuno oggi solleva dubbi sull’opinione comune, sui discorsi più frequenti e condivisi, in nome di una distanza critica e di strumenti di analisi, corre immediatamente il rischio di essere zittito. Lo si accusa, infatti, di essere una sorta di grande privilegiato, dedito al lusso del ragionamento, laddove la maggior parte delle persone vivrebbe in una forzata condizione di irragionevolezza. Ragionare sui discorsi e le immagini che orientano il nostro destino collettivo non è un lusso, ma una necessità, per chi ancora crede che esiste una sfera seppure tenue dell’azione politica. Per chi crede che la politica sia definitivamente scomparsa, e che la società non sia che un ammasso di individui dediti con più o meno successo alla soddisfazione dei propri privati bisogni, ogni parola che non sia direttamente espressione di questi bisogni è ovviamente un lusso, anzi un’incongruenza. Chi poi sostenesse che qualsiasi tentativo di ragionare sui discorsi che la nostra società produce sia un’inutile predica, deve anche giustificare perché mai ritiene che un certo grado di ragione critica sia inaccessibile alla maggior parte dei cittadini italiani. E soprattutto ci deve convincere che promuovere l’uso di questa ragione critica sia dannoso. Che sia semplicemente inutile, infatti, non è un motivo sufficiente che lo legittima a zittirci.)

Proviamo ora a fornire qualche ipotesi che potrebbe giustificare quella discrepanza tra le immagini che ci facciamo dello straniero.

Ipotesi 1. L’immagine è duplice, perché in effetti non ci riferiamo allo stesso tipo di straniero. Lo straniero “regolare”, in effetti, è un donatore; ma quello “irregolare” è mezzo pirata e mezzo parassita. Quindi, volgendo il tutto in termini numerici: “la grande maggioranza degli stranieri sostengono il paese e lo aiutano, e di questo dobbiamo essere loro riconoscenti, ma c’è una minoranza (gli irregolari) che giustificano il timore e l’aggressività”.

Se questa prima ipotesi è vera, dobbiamo innanzitutto rivedere l’immagine dello straniero come minaccia e la sua presenza qui come un fattore d’emergenza. Poiché la maggior parte degli stranieri non è una minaccia, non esiste un’emergenza nei loro confronti. Esiste eventualmente un problema con una loro minoranza. È una questione di scala, ma una questione importante per ristabilire un legame meno arbitrario tra il “discorso” e il suo “oggetto”.

Occupiamoci a questo punto di questa minoranza, gli “irregolari”. Sono essi tutti tendenzialmente parassiti e pirati: sono, insomma, dei criminali? Su questo punto rinvio all’intervento di Marco Rovelli, di cui ricordo qui solo due punti essenziali: la maggior parte degli “irregolari” sono comunque dei lavoratori e ambiscono a regolarizzarsi; la loro condizione di “irregolari”, di fatto, li espone maggiormente ad essere considerati come criminali, e in definitiva a diventarlo. Se dunque si vuole fare in modo che una buona parte di questa minoranza di “irregolari” abbandoni la sua funzione di potenziale antagonista per andare ad assumere quella di donatore, assieme alla grande maggioranza degli stranieri, vi è un solo modo: facilitare e incrementare le regolarizzazioni.

Colpo di scena: quello che è considerato il grande problema, ossia l’afflusso ulteriore di stranieri, appare invece come uno strumento risolutivo. Poiché il flusso migratorio c’è comunque, essendoci alla base una domanda di manodopera straniera, è meglio che questo flusso sia orientato all’inserimento migliore, attraverso la regolarizzazione, piuttosto che sia ostacolato, favorendone così esiti negativi (marginalità che espone al reclutamento in attività criminali). L’idea non è certo mia né di qualche associazione “umanitaria”. Il numero di Migranti-Press del 26 ottobre 2007, riportava questa nota:

“Si può costruire un continente più sicuro attraverso grandi regolarizzazioni di immigrati privi di documenti? Il Consiglio d’Europa ha finalmente deciso di porsi la domanda: il 1° ottobre scorso infatti, a Strasburgo, l’Assemblea del Consiglio d’Europa, cui aderiscono 47 Stati, ha discusso programmi di regolarizzazione di immigrati irregolari: utilità e limiti delle imponenti ‘sanatorie’ o ‘regolarizzazioni’ a cui quasi tutti gli stati europei, Italia in testa, hanno però dovuto ricorrere negli ultimi anni. (…) Secondo il Consiglio d’Europa, l’Italia, che ha emanato negli ultimi 20 anni ben 5 provvedimenti di regolarizzazione (…) che hanno portato alla regolarizzazione di 1.400.000 extracomunitari con l’obiettivo di contrastare il lavoro nero e l’economia illegale, non è riuscita a raggiungere pienamente i suoi obiettivi per vari problemi non ancora risolti: l’inadeguatezza della burocrazia, le resistenze dei datori di lavoro a regolarizzare i lavoratori immigrati e, soprattutto, a causa del perverso meccanismo innestato dall’attuale normativa.”

Ricapitoliamo: c’è una soluzione per accrescere la maggioranza degli stranieri “donatori” e di ridurre ulteriormente la minoranza di quelli “antagonisti”? Sì, semplificare e velocizzare le regolarizzazioni. Chi si oppone a questa soluzione: certi gruppi di italiani, l’amministrazione pubblica, i datori di lavoro, i politici. Se persiste tra gli stranieri presenti nel nostro paese una qualche minaccia, di essa sono responsabili principalmente gli italiani.

Tutto questo ragionamento si basa su di un presupposto: gli stranieri regolari non presentano un tasso di criminalità maggiore rispetto a quello dei cittadini italiani. Il dato è confermato ancora una volta dal Dossier C/M: “per gli stranieri in posizione regolare le denunce si pongono negli stessi termini degli italiani, perché essi incidono per circa il 6% sulla popolazione residente”.

Ipotesi 2. Ciò che crea la discrepanza tra le immagini delle straniero “donatore” e “antagonista” non è il contrasto di comportamenti tra la maggioranza di “regolari” e la minoranza di “irregolari”, ma è attribuibile a una “minoranza della minoranza”, ossia a quel nucleo propriamente criminale che alligna tra gli stranieri in posizione di irregolarità. Detto in altri termini, oggi il mondo della criminalità, in Italia, include anche una percentuale di stranieri. Si tratta di criminali occasionali, come gli stupratori; di manovalanza criminale, come coloro dediti al piccolo spaccio, controllati da organizzazioni criminali autoctone; in casi più rari, di nuclei di organizzazioni criminali, che gestiscono autonomamente settori dell’economia illegale, come la prostituzione.

Anche per ciò che riguarda l’attività criminale più feroce, come quella del commercio di schiave, la prima vittima ne è ancora una volta la popolazione straniera. Sono le donne dell’Est europeo o di alcuni paesi dell’Africa, come la Nigeria, a subire per prime la minaccia e il danno della schiavitù. Non di certo i clienti italiani, che risparmiano qualche decina di euro sulle prestazioni delle prostitute autoctone.

È quindi insensato e vigliacco in nome di questa minoranza di criminali stranieri, ben inserita in un territorio dove la criminalità nostrana prospera, costruire intorno alla figura dell’immigrato lo scenario di una minaccia e di una situazione d’emergenza. Minacciosa è la criminalità in quanto tale. E lo stato si è già dotato a sufficienza di tutti gli strumenti legislativi per intervenire su di essa. Ogni confusione tra criminalità e immigrazione è quindi irresponsabile e foriera di razzismo. Nessuno di noi, in quanto italiano, potrebbe accettare di essere trattato come una minaccia durante un suo soggiorno all’estero, in quanto potenziale mafioso o camorrista.

Il problema della criminalità straniera è un problema che riguarda la lotta contro la criminalità, in un contesto di globalizzazione non solo dell’economia legale, ma anche illegale. Come tale, dovrebbe essere sempre distinto dal fenomeno dell’immigrazione, che resta prevalentemente legato alle necessità del nostro paese di usufruire di manodopera straniera.

In quest’ottica, i maggiori irresponsabili appartengono a due categorie di persone: i politici e i giornalisti. Un politico ha come sua caratteristica la facoltà di guardare non ai dettagli della vita sociale, ma all’insieme dei suoi elementi e alla loro distinta articolazione. Quando un politico confonde immigrazione e criminalità, impedimento burocratico e volontà di violare la legge, mendicità e micro-criminalità, micro-criminalità e criminalità organizzata, egli lo fa consapevolmente, e secondo una strategia facilmente decifrabile. Mettendo un’enfasi sproporzionata su problemi secondari, o confondendo problemi diversi tra loro, egli può distogliere l’attenzione dalle questioni più urgenti, che non è in grado, non ha il coraggio o non vuol deliberatamente affrontare.

Quando dico, “i politici”, intendo dire quelli di destra come quelli di sinistra. Non sono solo gli esempi più recenti di un Veltroni a dimostrarlo. Nel 2001, il sociologo Alessandro Dal Lago scriveva:

“Sarebbe bastato consultare qualche libro di Z. Bauman per riflettere sul fatto che gli immigrati, al di là del loro reale coinvolgimento (spesso come vittime) nella microcriminalità, diventavano il parafulmine di un’insicurezza diffusa, in gran parte prodotta dalla crisi dello stato sociale. Ma il punto è che il centro-sinistra, sia a livello di governo, sia di esponenti locali, ha sempre dato credito alla realtà di questo panico. Invece di svolgere un’opera d’informazione e, in sostanza, di riportare la realtà immaginaria e mediale ai fatti, il personale politico di governo ha cavalcato le proteste (degli imprenditori politici o morali, più che della popolazione), forse nell’illusione di allargare il proprio consenso nell’elettorato moderato. Com’era prevedibile, questa «inimicizia» dall’alto si è rivelata un boomerang. Da una parte, infatti, si sono legittimate come democratiche e legittime le posizioni xenofobe della destra. Dall’altra, agli occhi dell’elettorato moderato, la responsabilità di un «degrado» che tutti imputavano agli immigrati non poteva che essere attribuita ai governi in carica da un decennio” (Giovani, stranieri & criminali, manifestolibri, 2001).

Quanto ai responsabili del panico mediale, giornalisti e opinionisti di ogni risma e testata, il loro danno è solo proporzionale all’immunità che gli permette di realizzarlo. Se un mondo diverso e migliore mai esisterà, ebbene in questo mondo i programmi scolastici, dalla prima media in poi, prevederanno una nuova disciplina, “Critica dei media”, o “Ecologia dei media”, o “Educazione mediatica”, che permetterà agli insegnanti di italiano, pedagogia o filosofia, di mostrare ai loro allievi come il mondo della cosiddetta “informazione” sia oggi, in buon parte, un settore particolarmente vivace dell’immaginario. E come tale, è importante conoscerne la retorica e la poetica.

Ipotesi 3. La discrepanza delle immagini dipende dal fatto che lo stesso straniero è per certuni un’antagonista e per altri un donatore. Non sto più parlando dello straniero assurdamente confuso con il criminale. Sto parlando dell’ombra inquietante che lo straniero proietta, proprio in quanto buon lavoratore. È l’ipotesi, in breve, che l’immigrazione in Italia stia creando una “guerra tra poveri”. Essa ci obbligherebbe a riformulare in un nuovo modo lo scenario dell’imbarcazione. La nave Italia comincia ad andare male, perché capitani e ufficiali hanno emarginato una parte di equipaggio e lasciato all’abbandono alcune parti della nave. Però essi accettano di buon grado che s’imbarchi nuovo personale straniero, per le mansioni più umili e pericolose. La parte privilegiata dell’imbarcazione Italia vede dunque il nuovo equipaggio come una risorsa da sfruttare, laddove la parte più debole e emarginata vede i nuovi arrivati come una minaccia.

In questo scenario, in effetti, il lavoratore straniero può legittimamente essere percepito da certi italiani come una minaccia. E non perché egli sia intrinsecamente portatore di un male, un male che verrebbe dall’esterno (la criminalità, la povertà), ma perché costituisce la causa occasionale che risveglia il nostro di male. E il nostro male si chiama semplicemente disuguaglianza. Ma non solo. Se la disuguaglianza non è certo un male nuovo, nuovo è il modo in cui le persone sono portate a vivere tale condizione. Quella che viviamo oggi, in Italia e nel resto d’Europa, è una disuguaglianza negata. Noi crediamo, tra italiani, di avere più o meno le stesse opportunità per realizzare quegli scopi che la nostra cultura attuale rende più attraenti: l’autonomia e la libertà. Tutti vogliamo decidere in modo autonomo e libero del nostro destino. Tutti vogliamo determinare la nostra traiettoria esistenziale al di fuori dei vincoli di classe. Questo obiettivo, per gli attuali ceti popolari, rimane in gran parte chimerico. Ma tanti sono i fattori che ritardano o addolciscono o ostacolano il momento della disillusione.

Smontare il razzismo e la xenofobia che vengono alimentati a partire dalla figura del migrante, non significa solo correggere un errore cognitivo, ma anche volgere l’attenzione alla vera causa della paura e dell’aggressività. E questa causa riguarda il modo in cui i nostri paesi “ricchi” (ma non per tutti) sono organizzati e si pensano. L’emergenza reale che ci minaccia, in quanto società, non è solo l’impoverimento dei ceti popolari, costantemente e a fatica eluso. (Ma non per tutti, e soprattutto: fino a quando?) L’impoverimento materiale, infatti, è solo l’aspetto più grave di un impoverimento di altro tipo, e che intacca il sogno di autonomia. Prima di trovarsi povere in termini materiali, le persone passano attraverso vari stadi di esclusione. Il primo e più importante dei quali, proprio per il discorso che stiamo facendo, è l’esclusione dalla mobilità, intesa come occasione di incontri, di legami sociali e scambi simbolici. Ecco quanto scrivono Mauro Magatti e Mario De Benedittis in I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto della classe operaia? (Feltrinelli 2006):

“La dimensione territoriale è così importante principalmente perché i nuovi ceti popolari sono quasi del tutto immobili: oltre allo scarso capitale culturale di cui dispongono, la flessibilizzazione dei contratti di lavoro e la liberalizzazione del mercato immobiliare hanno ridotto la convenienza a spostarsi. D’altra parte, solo all’interno della dimensione locale di appartenenza – di cui si possono sfruttare le risorse di rete e di radicamento – i nuovi ceti popolari possono garantirsi un livello di vita accettabile, fatto fondamentalmente di consumi e relazioni. Il risultato è che il luogo in cui si nasce determina in buona misura il proprio futuro, a cominciare dalla stessa possibilità di immaginare le opportunità che si intendono perseguire.” (D’ora in poi: NCP, p. 208.)

Ai piani bassi della scala sociale italiana, quindi, si incrociano oggi due destini: coloro che la miseria e l’audacia hanno costretto alla mobilità e coloro che la paura della miseria e la conseguente prudenza costringe all’immobilità. È su questo piano che avviene lo scontro, con tutte le implicazioni psicologiche che ciò comporta. Gli “immobili” italiani vedono il loro territorio attraversato da gente più povera, ma più mobile e spregiudicata. Gente che viene dal di fuori, che porta con sé l’ombra della miseria e della sottomissione, ma anche la tenacia e la forza di chi deve sopravvivere nelle situazioni più estreme. Non solo, quindi, le fasce più deboli del ceto popolare non possono uscire dal cerchio ristretto del loro territorio, per inseguire gli obiettivi di piena autorealizzazione promessi ovunque. Ma oltretutto questo loro territorio è invaso da gente che non ha nulla da promettergli e da offrirgli. Per di più colui che teme la miseria, se la ritrova di colpo sotto gli occhi, come chi camminasse per un sentiero sempre più stretto con a lato una voragine. In questa zona si radicano certi meccanismi di rifiuto, di chiusura, di reazione aggressiva. Qui il razzismo si costituisce come ragionamento compensatorio: “io sfuggirò alla loro miseria, in quanto sono superiore”. La miseria è così confinata ad una fenomenica manifestazione etnico-culturale: essere poveri è proprietà di coloro che hanno certi tratti somatici, una certa pigmentazione della pelle, un certo tipo di abito. La miseria è destinata solo a certuni, che per qualche aspetto essenziale sono diversi da noi, e quindi inferiori.

Ma certo l’incontro sul territorio di lavoratori stranieri e italiani potrebbe anche generare dinamiche diverse, di familiarità, riconoscimento e, in definitiva, anche di solidarietà. Se ciò avviene raramente, è anche perché l’attività lavorativa non costituisce più uno dei fattori dominanti nella costituzione dell’identità, come avveniva un tempo per la classe operaia. Oggi, osservano Magatti e De Benedittis, i tre elementi che contribuiscono a definire l’identità dei ceti popolari sono “i consumi, le reti relazionali, l’esposizione mediale”. Vi è un forte investimento di un’area simbolica a scapito di quella priorità un tempo assegnata alle condizioni materiali di lavoro. E la minaccia che lo straniero incarna sul territorio, per i ceti popolari italiani, non è detto che riguardi immediatamente la rivalità sul mercato del lavoro.

Mentre ho potuto verificare le due prime ipotesi, utilizzando dati tutto sommato alla portata di tutti, su questi interrogativi mi fermo. Mi fermo innanzitutto per limiti miei. Ma lo faccio, formulando nel modo più chiaro le domande alle quali sarebbe urgente rispondere. La prima dovrebbe chiarire, attraverso studi specifici, se esista un rapporto di concorrenza o di complementarità tra forza di lavoro immigrata e forza di lavoro autoctona sul nostro mercato del lavoro. La riposta che viene dall’ultimo Dossier Caritas/Migrantes è rassicurante, in quanto opta per un rapporto di complementarietà. Ciò nonostante non sembra basare questo giudizio su analisi particolarmente approfondite. E, in ogni caso, la responsabilità di una tale situazione andrebbe attribuita innanzitutto al ceto imprenditoriale e a quello politico. Poiché se mai ci fosse davvero un principio di “guerra tra poveri”, solo questi due ceti se ne avvantaggerebbero.

L’altra domanda porta meno sulle condizioni materiali, e il possibile antagonismo che si produrrebbe a questo livello, che sulle forme di simbolizzazione della propria riuscita e rilevanza sociale. E si potrebbe ipotizzare che una certa “inimicizia dal basso” nasca da una condizione di povertà simbolica e di frustrazione delle attese, che tiene prigioniera una parte dei ceti popolari italiani e trova nella comparsa del lavoratore-straniero come proprio “simile non riconosciuto” (simile in termini di precarietà sociale, ma diverso in termini culturali), l’occasione di uno sfogo, di un rifiuto violento. Quello che si rifiuta nello straniero, è la nostra stessa precarietà, così come ciò che non sopportiamo in lui, è il suo riscattarsi, appena può, nello stesso modo in cui noi ci riscattiamo: con il consumo, con il conforto della famiglia allargata, con le certezza della religione.

(apparso su Nazione Indiana il 4 dicembre 2007)

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