<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"
		>
<channel>
	<title>Comments for Capitan Uncino</title>
	<atom:link href="http://capitanuncino.wordpress.com/comments/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://capitanuncino.wordpress.com</link>
	<description>Just another WordPress.com weblog</description>
	<lastBuildDate>Sat, 29 Mar 2008 01:47:30 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.com/</generator>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
		<item>
		<title>Comment on L’ombra in poesia, Appunti su &#8220;Verbale&#8221; di Michele Ranchetti by Libru &#187; L’ombra in poesia, Appunti su “Verbale” di Michele Ranchetti</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2008/03/19/l%e2%80%99ombra-in-poesia-appunti-su-verbale-di-michele-ranchetti/#comment-42</link>
		<dc:creator>Libru &#187; L’ombra in poesia, Appunti su “Verbale” di Michele Ranchetti</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Mar 2008 01:47:30 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/?p=81#comment-42</guid>
		<description>[...] piccimario: Con questi appunti sull’immagine che mi sono costruita di lui e la poesia del suo Verbale (Garzanti 2001) qui lo ricordo. [EA]. Ora già tutto è diventato breve: la luce, il passo e lo stesso mio corpo &#8230; [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] piccimario: Con questi appunti sull’immagine che mi sono costruita di lui e la poesia del suo Verbale (Garzanti 2001) qui lo ricordo. [EA]. Ora già tutto è diventato breve: la luce, il passo e lo stesso mio corpo &#8230; [...]</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Nel nome della letteratura by NINA MAROCCOLO</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2008/02/06/israele-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino-2008/#comment-28</link>
		<dc:creator>NINA MAROCCOLO</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2008 18:05:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/?p=66#comment-28</guid>
		<description>Noi viviamo nella Storia, che ha l’obbligo di riportarci a un indirizzo trasfuso all’idea medesima di letteratura; alle testimonianze di popolazioni vessate e perseguitate, dall’incubo del passato alla sempiterna crudezza della Storia contemporanea. Sì, urge parlare: e infondere possibilità di espressione ai nominati senza nome, le creature assenti. Onorare la solidarietà tra popoli ed etnie minoritarie, un preciso adempimento nella vastità della materia umana di ordine nullo. 
La Palestina rappresenta quest’ordine nullo. Non ha una terra, geograficamente è inesistente. 
Eppure è lì. Noi tutti lo sappiamo; lo sa l’Europa; lo sa l’ONU. 
La Palestina è divenuta l’estetica del reale, “la repulsa della Colpa”, il dolore innocente. Il governo israeliano, lo stato di Israele il cui diritto di esistere gli è stato conferito 60 anni fa, dopo l’orrendo Olocausto, sta compiendo pogrom sui fratelli musulmani, una politica espansionistica di cui siamo a conoscenza. Ma è il popolo israeliano, soprattutto gli scrittori di questo paese, che non possono eludere quella “repulsa della Colpa” che ben conoscono, poiché l’hanno vissuta in termini generazionali e, credo, siano destinati a conviverci per sempre. I vari Oz, Grossman se la portano dentro come un debito inestinguibile. 
Ma sono scrittori, non servitori dello Stato. Perché non accettarli alla Fiera? E perché, con atto umile, non garantiscono loro stessi di esserci solo in presenza di poeti palestinesi e intellettuali dissidenti israeliani?
Perché, organizzatori della Fiera, non vi prodigate affinché ciò avvenga?
Penso che esista un desiderio di affratellamento che non diventi materia posticcia, o mortifichi l’uomo rendendolo sempre più prossimo ad una concimazione della solitudine.
Io resto dilaniata, dolente, divisa fra chi mi chiede di aderire o non aderire ad un appello definito più volte “infelice” per la sua cruda, parziale esposizione. 
E le vostre convinzioni, cari amici, così certe e inderogabili, mi spaventano anch’esse: mancano di dubbi o d’argomentazioni valide. Troppe certezze scontate, mancanti di alternative.
Potreste rispondermi: “Tu tieniti i tuoi dubbi, e lascia a noi le nostre certezze”. 
Non fa una piega. Ne prenderei atto. Ma è una visione che ci vuole passivi, in fase d’un ritorno forzato, quando manca l’andare.
Mi rivolgo a tutti voi, scrittori italiani – di cui elitariamente faccio parte, seppure abitante del sottosuolo – ai non scrittori, a lei, Raul Montanari, ai responsabili dell’organigramma della Fiera, ai firmatari e non dell’appello: troviamo una soluzione, senza l’insidia della strumentalizzazione che già va nascendo. Proprio per quelle creature disabitate, uccise, avvilite nelle stazioni d’un deserto animale. 
Portiamo i poeti palestinesi a Torino. Lasciamo che insieme agli scrittori israeliani e ai dissidenti si confrontino. In questo momento occorre poesia, letteratura, bellezza. Né propaganda, né politica.
Dedico a voi tutti questa bellissima poesia di Bulat Okudžava.

Bulat Šalvovič Okudžava

Abbiate cura di noi poeti, abbiate cura.
Resta solo un secolo, mezzo secolo, un anno, una settimana,
un’ora, tre minuti, due minuti, più niente…
Abbiate cura di noi, ma così come siamo.

Abbiate cura di noi con i peccati, con la gioia e senza…
C’è dove vaga, giovane e bello, il nostro D’Anthès.
Non ha più dimenticato la maledizione passata,
Ma la vocazione gli ordina di tirare ancora.

C’è dove piange Martynov: ricorda il sangue.
Ha già ucciso una volta, non vuole più;
Ma tale il suo destino: è fuso il piombo.
E il ventesimo secolo questo gli comanda.

Abbiate cura di noi finché ancora è possibile.
Però non così da farci giacere come ossa morte,
però non come i guardiacaccia curavano i cani,
però non come gli zar curavano i guardiacaccia.

Prendete cura di noi poeti contro le mani stolte,
contro le pazze condanne, le amiche cieche.
Ne avrete poesie e canzoni, e più d’una volta!
Però abbiate cura, abbiate cura.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Noi viviamo nella Storia, che ha l’obbligo di riportarci a un indirizzo trasfuso all’idea medesima di letteratura; alle testimonianze di popolazioni vessate e perseguitate, dall’incubo del passato alla sempiterna crudezza della Storia contemporanea. Sì, urge parlare: e infondere possibilità di espressione ai nominati senza nome, le creature assenti. Onorare la solidarietà tra popoli ed etnie minoritarie, un preciso adempimento nella vastità della materia umana di ordine nullo.<br />
La Palestina rappresenta quest’ordine nullo. Non ha una terra, geograficamente è inesistente.<br />
Eppure è lì. Noi tutti lo sappiamo; lo sa l’Europa; lo sa l’ONU.<br />
La Palestina è divenuta l’estetica del reale, “la repulsa della Colpa”, il dolore innocente. Il governo israeliano, lo stato di Israele il cui diritto di esistere gli è stato conferito 60 anni fa, dopo l’orrendo Olocausto, sta compiendo pogrom sui fratelli musulmani, una politica espansionistica di cui siamo a conoscenza. Ma è il popolo israeliano, soprattutto gli scrittori di questo paese, che non possono eludere quella “repulsa della Colpa” che ben conoscono, poiché l’hanno vissuta in termini generazionali e, credo, siano destinati a conviverci per sempre. I vari Oz, Grossman se la portano dentro come un debito inestinguibile.<br />
Ma sono scrittori, non servitori dello Stato. Perché non accettarli alla Fiera? E perché, con atto umile, non garantiscono loro stessi di esserci solo in presenza di poeti palestinesi e intellettuali dissidenti israeliani?<br />
Perché, organizzatori della Fiera, non vi prodigate affinché ciò avvenga?<br />
Penso che esista un desiderio di affratellamento che non diventi materia posticcia, o mortifichi l’uomo rendendolo sempre più prossimo ad una concimazione della solitudine.<br />
Io resto dilaniata, dolente, divisa fra chi mi chiede di aderire o non aderire ad un appello definito più volte “infelice” per la sua cruda, parziale esposizione.<br />
E le vostre convinzioni, cari amici, così certe e inderogabili, mi spaventano anch’esse: mancano di dubbi o d’argomentazioni valide. Troppe certezze scontate, mancanti di alternative.<br />
Potreste rispondermi: “Tu tieniti i tuoi dubbi, e lascia a noi le nostre certezze”.<br />
Non fa una piega. Ne prenderei atto. Ma è una visione che ci vuole passivi, in fase d’un ritorno forzato, quando manca l’andare.<br />
Mi rivolgo a tutti voi, scrittori italiani – di cui elitariamente faccio parte, seppure abitante del sottosuolo – ai non scrittori, a lei, Raul Montanari, ai responsabili dell’organigramma della Fiera, ai firmatari e non dell’appello: troviamo una soluzione, senza l’insidia della strumentalizzazione che già va nascendo. Proprio per quelle creature disabitate, uccise, avvilite nelle stazioni d’un deserto animale.<br />
Portiamo i poeti palestinesi a Torino. Lasciamo che insieme agli scrittori israeliani e ai dissidenti si confrontino. In questo momento occorre poesia, letteratura, bellezza. Né propaganda, né politica.<br />
Dedico a voi tutti questa bellissima poesia di Bulat Okudžava.</p>
<p>Bulat Šalvovič Okudžava</p>
<p>Abbiate cura di noi poeti, abbiate cura.<br />
Resta solo un secolo, mezzo secolo, un anno, una settimana,<br />
un’ora, tre minuti, due minuti, più niente…<br />
Abbiate cura di noi, ma così come siamo.</p>
<p>Abbiate cura di noi con i peccati, con la gioia e senza…<br />
C’è dove vaga, giovane e bello, il nostro D’Anthès.<br />
Non ha più dimenticato la maledizione passata,<br />
Ma la vocazione gli ordina di tirare ancora.</p>
<p>C’è dove piange Martynov: ricorda il sangue.<br />
Ha già ucciso una volta, non vuole più;<br />
Ma tale il suo destino: è fuso il piombo.<br />
E il ventesimo secolo questo gli comanda.</p>
<p>Abbiate cura di noi finché ancora è possibile.<br />
Però non così da farci giacere come ossa morte,<br />
però non come i guardiacaccia curavano i cani,<br />
però non come gli zar curavano i guardiacaccia.</p>
<p>Prendete cura di noi poeti contro le mani stolte,<br />
contro le pazze condanne, le amiche cieche.<br />
Ne avrete poesie e canzoni, e più d’una volta!<br />
Però abbiate cura, abbiate cura.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Nel nome della letteratura by alessandro golinelli scrittore</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2008/02/06/israele-ospite-della-fiera-del-libro-di-torino-2008/#comment-27</link>
		<dc:creator>alessandro golinelli scrittore</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 15:22:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/?p=66#comment-27</guid>
		<description>Carissimi amici e colleghi,
sebbene apprezzi moltissimo le vostre misurate parole, non solo non aderisco al vostro appello, ma spero che altri scrittori ne sottoscrivano uno completamente contrario. Sono totalmente d’accordo col boicottaggio del Salone del Libro di Torino, che non celebra la cultura ebraica – magari – ma la fondazione dello Stato di Israele. Il muro, e il ghetto che costruisce, gli espropri di case, acqua, risorse e diritti, l’umiliazione a cui è costretto il popolo palestinese, gli omicidi mirati, (condanne morte senza processo), e il razzismo etnico e religioso praticato da Israele sono ragioni sufficienti per giustificare qualsiasi atto di contestazione nei confronti di quello Stato. Il fatto poi che Israele sia uno stato ebraico non è un attenuante ma semmai un’aggravante, e non perché consideri gli ebrei peggiori – per antisemitismo - o migliori – per aver subito l’olocausto, e quindi più “sensibili” – di altri, ci mancherebbe, ma perché considero qualsiasi stato religioso un’aberrazione. La religione di per sé è razzista, e se qualcuno non se ne accorge, soprattutto al giorno d’oggi, c’è poco da fare, raffinato intellettuale che sia. (Ho detto religione, non fede.) Lo ammetto sono contrario allo stato di Israele, perché credo che l’unica soluzione vera al problema sia quella di un unico stato in Palestina. Utopia, forse, o magari realismo visto che sono 40 anni che due stati non riescono a convivere, mentre ebrei, musulmani e cristiani hanno convissuto pacificamente per secoli in quei territori.
Forse è vero, il boicottaggio è desueto, e presenta molte controindicazioni, anche se ha già avuto il merito di far discutere. E gli scrittori israeliani invitati e che hanno ac-cettato, tutti almeno inizialmente favorevoli alla recente guerra contro il Libano, hanno un notevole credito internazionale - grazie anche al fatto che fa molto comodo che lo abbiano – e comunque non sono certo degli sciocchi. Ma ribadisco che comunque non si tratta di boicottare scrittori, ma le celebrazioni ufficiali di uno Stato, e io che sono un cultore della letteratura egiziana, mai parteciperei a celebrazioni che fossero, anche solo minimamente, una giustificazione della brutale politica di Mubarak – come preannunciato nel 2009 per esempio.
Ma questo non è il punto della questione. I punti sono altri.
Chi è favorevole al boicottaggio viene tacciato di essere contro la cultura e di confondere politica e letteratura. Personalmente non credo esista buona letteratura che non sia anche politica, ma qui si tratta di altro. Chi ha confuso letteratura e politica sono stati gli organizzatori del Salone che in un momento così delicato della Storia hanno deciso di parteggiare per Israele, invitandolo proprio in occasione di un anniversario politico. Non hanno invitato degli scrittori, ma uno Stato, e gli scrittori che hanno accettato di partecipare sono lì a sostenere quello stato. Proprio perché amo la letteratura mi disgusta che sia usata come arma politica.
Altra accusa ai sostenitori del boicottaggio e che così si rifiuta il dialogo.
Innanzitutto è falso che a Torino sia possibile il dialogo. O meglio a Torino verrebbe-ro riproposte le stesse condizioni di sempre del dialogo fra Israele e Palestinesi. Una parte in posizione di superiorità e l’altra d’inferiorità. Uno stato che viene celebrato, se non osannato, con alcuni scrittori di grande successo sostenuti dai mass media, da potenti case editrici e uffici stampa, e dal solito seguito di politici ossequiosi, locali e non, di sicuro bipartisan, e magari con ambasciatori, consoli e parlamentari al segui-to. Dall’altra pochi e assai meno noti e celebrati scrittori, in posizione di inferiorità, almeno ufficialmente parlando.
E ai sostenitori del dialogo chiedo: a chi giova Torino in queste condizioni, alla causa di Israele o a quella palestinese? E ha questo a che vedere davvero coi libri e la cultura?
Se ne può discutere, ma dovrei essere molto più ingenuo di quello che sono per non sapere che sarà un’altra occasione per riaffermare la superiorità intellettuale dei buo-ni, raffinati e tolleranti scrittori israeliani e quindi di Israele e dell’occidente, (a cui Raul Montanari tiene molto evidentemente) rispetto agli arabi intolleranti, o che comunque non hanno scrittori di così grande successo. E non ci dimentichiamo che nell’attuale società del successo, chi ha più successo e riflettori addosso ha la verità. Ed è perlomeno avvilente che nessuno ci abbia riflettuto un momento.
Se mi permettete poi, da scrittore disincantato, vorrei anche ricordare che il Salone del Libro di Torino è un evento culturale solo per chi crede che la cultura si faccia nei salotti e si esalta vedendone uno così grande che in realtà non è altro che una grande bottega e un evento propagandistico e di marketing per alcune, poche , case editrici.
Ma al di là del fattore contingente, c’è un aspetto della retorica del dialogo che mi preme sottolineare. E’ vero, si deve dialogare anche e soprattutto con il nemico, e il debole ci rimette sempre a chiudere il dialogo con il più forte. Ma quando ci si accorge che il dialogo, dopo anni e anni di promesse non mantenute, di menzogne e di razzismo praticato e sostenuto, è semplicemente una presa in giro, un modo del più forte per ingannare il più debole e il mondo, per mostrare come sono buoni i bianchi, così tolleranti e ragionevoli, al più debole resta solo una cosa da fare, sottrarsi al gioco, per mantenere l’unica cosa che gli resta: la dignità. E questo non vuol dire necessariamente il martirio, visto che è solo la grande dignità del popolo palestinese che permette a quegli uomini e donne, a quei corpi, di sopravvivere. Ed è stato sempre per dignità che molti intellettuali hanno chiesto a BenedettoXVI di non parlare alla celebrazione ufficiale della Sapienza.
Ma forse oggi che il dissenso è terrorismo, la dignità diventa intolleranza. Mi rammarica, però che sia così difficile far capire che se la sinistra vorrà sopravvivere dovrà riprendere ad agire con dignità, con la dignità almeno di dire “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.”

Alessandro Golinelli Scrittore</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Carissimi amici e colleghi,<br />
sebbene apprezzi moltissimo le vostre misurate parole, non solo non aderisco al vostro appello, ma spero che altri scrittori ne sottoscrivano uno completamente contrario. Sono totalmente d’accordo col boicottaggio del Salone del Libro di Torino, che non celebra la cultura ebraica – magari – ma la fondazione dello Stato di Israele. Il muro, e il ghetto che costruisce, gli espropri di case, acqua, risorse e diritti, l’umiliazione a cui è costretto il popolo palestinese, gli omicidi mirati, (condanne morte senza processo), e il razzismo etnico e religioso praticato da Israele sono ragioni sufficienti per giustificare qualsiasi atto di contestazione nei confronti di quello Stato. Il fatto poi che Israele sia uno stato ebraico non è un attenuante ma semmai un’aggravante, e non perché consideri gli ebrei peggiori – per antisemitismo &#8211; o migliori – per aver subito l’olocausto, e quindi più “sensibili” – di altri, ci mancherebbe, ma perché considero qualsiasi stato religioso un’aberrazione. La religione di per sé è razzista, e se qualcuno non se ne accorge, soprattutto al giorno d’oggi, c’è poco da fare, raffinato intellettuale che sia. (Ho detto religione, non fede.) Lo ammetto sono contrario allo stato di Israele, perché credo che l’unica soluzione vera al problema sia quella di un unico stato in Palestina. Utopia, forse, o magari realismo visto che sono 40 anni che due stati non riescono a convivere, mentre ebrei, musulmani e cristiani hanno convissuto pacificamente per secoli in quei territori.<br />
Forse è vero, il boicottaggio è desueto, e presenta molte controindicazioni, anche se ha già avuto il merito di far discutere. E gli scrittori israeliani invitati e che hanno ac-cettato, tutti almeno inizialmente favorevoli alla recente guerra contro il Libano, hanno un notevole credito internazionale &#8211; grazie anche al fatto che fa molto comodo che lo abbiano – e comunque non sono certo degli sciocchi. Ma ribadisco che comunque non si tratta di boicottare scrittori, ma le celebrazioni ufficiali di uno Stato, e io che sono un cultore della letteratura egiziana, mai parteciperei a celebrazioni che fossero, anche solo minimamente, una giustificazione della brutale politica di Mubarak – come preannunciato nel 2009 per esempio.<br />
Ma questo non è il punto della questione. I punti sono altri.<br />
Chi è favorevole al boicottaggio viene tacciato di essere contro la cultura e di confondere politica e letteratura. Personalmente non credo esista buona letteratura che non sia anche politica, ma qui si tratta di altro. Chi ha confuso letteratura e politica sono stati gli organizzatori del Salone che in un momento così delicato della Storia hanno deciso di parteggiare per Israele, invitandolo proprio in occasione di un anniversario politico. Non hanno invitato degli scrittori, ma uno Stato, e gli scrittori che hanno accettato di partecipare sono lì a sostenere quello stato. Proprio perché amo la letteratura mi disgusta che sia usata come arma politica.<br />
Altra accusa ai sostenitori del boicottaggio e che così si rifiuta il dialogo.<br />
Innanzitutto è falso che a Torino sia possibile il dialogo. O meglio a Torino verrebbe-ro riproposte le stesse condizioni di sempre del dialogo fra Israele e Palestinesi. Una parte in posizione di superiorità e l’altra d’inferiorità. Uno stato che viene celebrato, se non osannato, con alcuni scrittori di grande successo sostenuti dai mass media, da potenti case editrici e uffici stampa, e dal solito seguito di politici ossequiosi, locali e non, di sicuro bipartisan, e magari con ambasciatori, consoli e parlamentari al segui-to. Dall’altra pochi e assai meno noti e celebrati scrittori, in posizione di inferiorità, almeno ufficialmente parlando.<br />
E ai sostenitori del dialogo chiedo: a chi giova Torino in queste condizioni, alla causa di Israele o a quella palestinese? E ha questo a che vedere davvero coi libri e la cultura?<br />
Se ne può discutere, ma dovrei essere molto più ingenuo di quello che sono per non sapere che sarà un’altra occasione per riaffermare la superiorità intellettuale dei buo-ni, raffinati e tolleranti scrittori israeliani e quindi di Israele e dell’occidente, (a cui Raul Montanari tiene molto evidentemente) rispetto agli arabi intolleranti, o che comunque non hanno scrittori di così grande successo. E non ci dimentichiamo che nell’attuale società del successo, chi ha più successo e riflettori addosso ha la verità. Ed è perlomeno avvilente che nessuno ci abbia riflettuto un momento.<br />
Se mi permettete poi, da scrittore disincantato, vorrei anche ricordare che il Salone del Libro di Torino è un evento culturale solo per chi crede che la cultura si faccia nei salotti e si esalta vedendone uno così grande che in realtà non è altro che una grande bottega e un evento propagandistico e di marketing per alcune, poche , case editrici.<br />
Ma al di là del fattore contingente, c’è un aspetto della retorica del dialogo che mi preme sottolineare. E’ vero, si deve dialogare anche e soprattutto con il nemico, e il debole ci rimette sempre a chiudere il dialogo con il più forte. Ma quando ci si accorge che il dialogo, dopo anni e anni di promesse non mantenute, di menzogne e di razzismo praticato e sostenuto, è semplicemente una presa in giro, un modo del più forte per ingannare il più debole e il mondo, per mostrare come sono buoni i bianchi, così tolleranti e ragionevoli, al più debole resta solo una cosa da fare, sottrarsi al gioco, per mantenere l’unica cosa che gli resta: la dignità. E questo non vuol dire necessariamente il martirio, visto che è solo la grande dignità del popolo palestinese che permette a quegli uomini e donne, a quei corpi, di sopravvivere. Ed è stato sempre per dignità che molti intellettuali hanno chiesto a BenedettoXVI di non parlare alla celebrazione ufficiale della Sapienza.<br />
Ma forse oggi che il dissenso è terrorismo, la dignità diventa intolleranza. Mi rammarica, però che sia così difficile far capire che se la sinistra vorrà sopravvivere dovrà riprendere ad agire con dignità, con la dignità almeno di dire “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.”</p>
<p>Alessandro Golinelli Scrittore</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Il cuore freddo degli scrittori by Ennio Abate</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2007/10/25/il-cuore-freddo-degli-scrittori/#comment-19</link>
		<dc:creator>Ennio Abate</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Nov 2007 20:28:17 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/2007/10/25/il-cuore-freddo-degli-scrittori/#comment-19</guid>
		<description>“La letteratura non giudica né dà voti di condotta alla vita, che scorre al di là o al di qua del bene e del male; se rappresenta una rosa, sa - come diceva un gesuita e grande poeta mistico tedesco del Seicento, Angelus Silesius - che la rosa non ha perché e fiorisce perché fiorisce”

Ma la società umana non è una rosa che non ha un perché e fiorisce perché fiorisce.

 “La democrazia… è invece la capacità fantastica di capire e sentire che anche i milioni che non conosciamo… sono altrettanto reali e concreti, fatti di carne e di sangue come noi e i nostri amici” 

Questa visione della democrazia ridotta a «capacità fantastica» mi pare riduttiva: la democrazia è costruzione reale di rapporti non ingiusti tra gli uomini e non solo «capacità fantastica di capire e sentire etc». Quindi è costruzione di leggi, di rapporti paritari e cooperativi e non competitivi e gerarchici.

“Ma l’impegno non riguarda gli scrittori o gli artisti in quanto tali e tanto meno li riguarda più di altre categorie”

Una differenza però resta tra loro e gli altri: non tutti gli altri hanno dei lettori o un pubblico, come invece artisti e scrittori hanno (o avevano). Hanno cioè una possibilità d’influenzare  opinioni e sentimenti di una fascia di popolazione più ampia. Una casalinga, un operaio, ecc. non ce l’ha.

“Gli elementari doveri verso gli altri concernono ogni uomo; essere leali, soccorrevoli, sinceri, fedeli è un fondamento di ogni esistenza”

I doveri  unificano solo in astratto e non sono operanti in «ogni uomo». Non è affatto vero che essi siano il «fondamento d’ogni esistenza». Le smentite sono costanti e molteplici. L’esistenza non si fonda sui doveri, ma sui corpi, i loro bisogni, i desideri che in essi si formano.

“Gli scrittori e gli artisti non sono un clero laico che amministri spiritualmente l’umanità né capiscono la vita e la politica necessariamente meglio di altri”

Ma beneficiano ancora dell’autorevolezza che in passato la letteratura e l’arte hanno avuto e che prima ancora aveva la religione.

“Molti fra i più grandi scrittori del Novecento sono stati fascisti, nazisti, comunisti adoratori di Stalin; continuiamo ad amarli…”

Come mai? Aberrazione ideologica e profonda umanità se vengono riconosciute a loro, dovrebbero esserle allora anche agli oggetti della loro adorazione.

“ma di politica essi capivano certo meno di milioni di loro sconosciuti contemporanei”

Questo è un alibi: come se la politica la capissero solo i politici. E se milioni di contemporanei capivano la politica meglio degli scrittori e degli artisti, perché questo accadeva? Perché scrittori e  artisti ne capivano meno? Bisognerebbe forse dire che bisognerebbe continuare ad amare a ragion veduta certi  grandi scrittori senza abbuonargli il loro fascismo, nazismo o stalinismo, se questi sono oggi per noi disvalori. Bisognerebbe dire che le loro opere vanno valutate anche politicamente per l’acqua che hanno portato a quelle ideologie politiche, capissero o non capissero di politica. 

“La responsabilità verso il mondo riguarda ogni persona”

Siamo sempre nel campo del dover essere (Vedi obiezione fatta sopra).

“Il romanzo, ha detto di recente Doris Lessing, non dev’essere un manifesto politico” 

Perché in esso la politica c’entra in altro modo, non perché non ci sia.

“Il grande Ernesto Sábato non si è limitato a firmare proclami contro la dittatura dei generali argentini, ma ha sacrificato per un lungo periodo la sua attività di scrittore alla ricerca dei desaparecidos”

Qui però pare che l’impegno politico sia  solo aggiuntivo all’opera dello scrittore Sábato. Msa c’è una politicità dentro la sua scrittura che va valutata.

«Mettersi al servizio di una causa, ha detto Pamuk, distrugge la bellezza della letteratura». 

Ma anche la letteratura può essere una causa. E allora? La bellezza della letteratura potrebbe essere distrutta anche da chi della letteratura fa la propria causa. Ognuno ha una causa. Pamuk, così dicendo, fa finta di non averne e di essere più libero di altri che hanno una causa diversa dalla sua. (È il solito gioco degli specchi dell’anti-ideologo che vede nell’occhi degli altri la trave dell’ideologia e non vede nel suo occhio cosa c’è).  

“Ma se mettersi al servizio di una causa diventa passione, potenza fantastica che identifica - a torto o a ragione - quella causa con la vita, allora pure l’impegno può diventare poesia, estro, libertà immaginosa”

Abbracciare una causa vuol dire legare il proprio destino individuale a quello di una entità sociale(nazione, classe, parte di umanità). Vuol dire che l’individuo, che prima si riteneva a sé stante (occultando o annebbiando il legame comunque preesistente con la comunità o classe in cui  si era formato) ora si riconosce parte di (una nazione, una classe, un partito, ecc). Da quel momento quel che accade a lui e alla parte che ha scelto non è determinato soltanto da lui come singolo, ma anche da quel legame che ha scelto (peggio se l’ha semplicemente subito o scelto alla leggera, ecc.). Questo legame può distruggere o potenziare in entrambi i sensi (l’individuo può potenziare o danneggiare l’azione della comunità in cui è entrato; la comunità può fare lo stesso con la sua individualità). L’influsso è reciproco. Pamuk  in questo discorso di Magris difende  a denti stretti l’autonomia del letterato (e nella sua situazione o in certe situazioni può avere anche ragione). Magris sembra suggerire che chi si ponga al servizio di una causa (politica) con «passione, potenza fantastica» può far diventare il suo impegno «poesia, estro, libertà immaginosa». Ma non è detto. Il rischio di fallimento sta sia se si sceglie la strada di Pamuk che quella dell’impegno.  

“Virgilio che canta l’impero romano, Kipling quello britannico e Brecht il comunismo fanno poesia…”

Magris porta buoni esempi, ma non spiega come sia avvenuto questo “miracolo”. Non spiega se esso derivi da qualità intrinseche a questi autori o a condizioni più o meno favorevoli che ha evitato loro la strada di piatti  e burocratici difensori della causa scelta. Sotto sotto uno potrebbe pensare: Eh, un grande uomo ce la fa sempre a essere libero, anche se è cantore:

“È questa l’autentica dimensione morale - e di conseguenza l’impegno politico - della letteratura, che non predica bensì mostra”

Educare è mostrare. Solo che non sempre gli educatori sono in grado o nelle condizioni di mostrare (vedi scuola…). 

&quot;La letteratura è un continuo viaggio fra la scrittura diurna, in cui un autore si batte per i propri valori e i propri dèi, e quella notturna, in cui uno scrittore ascolta e ripete ciò che dicono i suoi demoni, i sosia che abitano nel fondo del suo cuore, anche quando dicono cose che smentiscono i suoi valori&quot;

Quello che Magris vede scontrarsi dentro l’autore è quello che si scontra sul piano storico-sociale. Gli dei o i sosia che abitano la sua fantasia andrebbero rapportati agli dei reali e ai sosia reali che operano nel mondo…. 

“Ogni romanzo, al di là delle ideologie, è democratico perché ci mette nei panni e nella pelle degli altri”

Non necessariamente, non sempre. Democratico non è mettersi idealmente nei panni e nella pelle degli altri. Questo è solo un primo passo…</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>“La letteratura non giudica né dà voti di condotta alla vita, che scorre al di là o al di qua del bene e del male; se rappresenta una rosa, sa &#8211; come diceva un gesuita e grande poeta mistico tedesco del Seicento, Angelus Silesius &#8211; che la rosa non ha perché e fiorisce perché fiorisce”</p>
<p>Ma la società umana non è una rosa che non ha un perché e fiorisce perché fiorisce.</p>
<p> “La democrazia… è invece la capacità fantastica di capire e sentire che anche i milioni che non conosciamo… sono altrettanto reali e concreti, fatti di carne e di sangue come noi e i nostri amici” </p>
<p>Questa visione della democrazia ridotta a «capacità fantastica» mi pare riduttiva: la democrazia è costruzione reale di rapporti non ingiusti tra gli uomini e non solo «capacità fantastica di capire e sentire etc». Quindi è costruzione di leggi, di rapporti paritari e cooperativi e non competitivi e gerarchici.</p>
<p>“Ma l’impegno non riguarda gli scrittori o gli artisti in quanto tali e tanto meno li riguarda più di altre categorie”</p>
<p>Una differenza però resta tra loro e gli altri: non tutti gli altri hanno dei lettori o un pubblico, come invece artisti e scrittori hanno (o avevano). Hanno cioè una possibilità d’influenzare  opinioni e sentimenti di una fascia di popolazione più ampia. Una casalinga, un operaio, ecc. non ce l’ha.</p>
<p>“Gli elementari doveri verso gli altri concernono ogni uomo; essere leali, soccorrevoli, sinceri, fedeli è un fondamento di ogni esistenza”</p>
<p>I doveri  unificano solo in astratto e non sono operanti in «ogni uomo». Non è affatto vero che essi siano il «fondamento d’ogni esistenza». Le smentite sono costanti e molteplici. L’esistenza non si fonda sui doveri, ma sui corpi, i loro bisogni, i desideri che in essi si formano.</p>
<p>“Gli scrittori e gli artisti non sono un clero laico che amministri spiritualmente l’umanità né capiscono la vita e la politica necessariamente meglio di altri”</p>
<p>Ma beneficiano ancora dell’autorevolezza che in passato la letteratura e l’arte hanno avuto e che prima ancora aveva la religione.</p>
<p>“Molti fra i più grandi scrittori del Novecento sono stati fascisti, nazisti, comunisti adoratori di Stalin; continuiamo ad amarli…”</p>
<p>Come mai? Aberrazione ideologica e profonda umanità se vengono riconosciute a loro, dovrebbero esserle allora anche agli oggetti della loro adorazione.</p>
<p>“ma di politica essi capivano certo meno di milioni di loro sconosciuti contemporanei”</p>
<p>Questo è un alibi: come se la politica la capissero solo i politici. E se milioni di contemporanei capivano la politica meglio degli scrittori e degli artisti, perché questo accadeva? Perché scrittori e  artisti ne capivano meno? Bisognerebbe forse dire che bisognerebbe continuare ad amare a ragion veduta certi  grandi scrittori senza abbuonargli il loro fascismo, nazismo o stalinismo, se questi sono oggi per noi disvalori. Bisognerebbe dire che le loro opere vanno valutate anche politicamente per l’acqua che hanno portato a quelle ideologie politiche, capissero o non capissero di politica. </p>
<p>“La responsabilità verso il mondo riguarda ogni persona”</p>
<p>Siamo sempre nel campo del dover essere (Vedi obiezione fatta sopra).</p>
<p>“Il romanzo, ha detto di recente Doris Lessing, non dev’essere un manifesto politico” </p>
<p>Perché in esso la politica c’entra in altro modo, non perché non ci sia.</p>
<p>“Il grande Ernesto Sábato non si è limitato a firmare proclami contro la dittatura dei generali argentini, ma ha sacrificato per un lungo periodo la sua attività di scrittore alla ricerca dei desaparecidos”</p>
<p>Qui però pare che l’impegno politico sia  solo aggiuntivo all’opera dello scrittore Sábato. Msa c’è una politicità dentro la sua scrittura che va valutata.</p>
<p>«Mettersi al servizio di una causa, ha detto Pamuk, distrugge la bellezza della letteratura». </p>
<p>Ma anche la letteratura può essere una causa. E allora? La bellezza della letteratura potrebbe essere distrutta anche da chi della letteratura fa la propria causa. Ognuno ha una causa. Pamuk, così dicendo, fa finta di non averne e di essere più libero di altri che hanno una causa diversa dalla sua. (È il solito gioco degli specchi dell’anti-ideologo che vede nell’occhi degli altri la trave dell’ideologia e non vede nel suo occhio cosa c’è).  </p>
<p>“Ma se mettersi al servizio di una causa diventa passione, potenza fantastica che identifica &#8211; a torto o a ragione &#8211; quella causa con la vita, allora pure l’impegno può diventare poesia, estro, libertà immaginosa”</p>
<p>Abbracciare una causa vuol dire legare il proprio destino individuale a quello di una entità sociale(nazione, classe, parte di umanità). Vuol dire che l’individuo, che prima si riteneva a sé stante (occultando o annebbiando il legame comunque preesistente con la comunità o classe in cui  si era formato) ora si riconosce parte di (una nazione, una classe, un partito, ecc). Da quel momento quel che accade a lui e alla parte che ha scelto non è determinato soltanto da lui come singolo, ma anche da quel legame che ha scelto (peggio se l’ha semplicemente subito o scelto alla leggera, ecc.). Questo legame può distruggere o potenziare in entrambi i sensi (l’individuo può potenziare o danneggiare l’azione della comunità in cui è entrato; la comunità può fare lo stesso con la sua individualità). L’influsso è reciproco. Pamuk  in questo discorso di Magris difende  a denti stretti l’autonomia del letterato (e nella sua situazione o in certe situazioni può avere anche ragione). Magris sembra suggerire che chi si ponga al servizio di una causa (politica) con «passione, potenza fantastica» può far diventare il suo impegno «poesia, estro, libertà immaginosa». Ma non è detto. Il rischio di fallimento sta sia se si sceglie la strada di Pamuk che quella dell’impegno.  </p>
<p>“Virgilio che canta l’impero romano, Kipling quello britannico e Brecht il comunismo fanno poesia…”</p>
<p>Magris porta buoni esempi, ma non spiega come sia avvenuto questo “miracolo”. Non spiega se esso derivi da qualità intrinseche a questi autori o a condizioni più o meno favorevoli che ha evitato loro la strada di piatti  e burocratici difensori della causa scelta. Sotto sotto uno potrebbe pensare: Eh, un grande uomo ce la fa sempre a essere libero, anche se è cantore:</p>
<p>“È questa l’autentica dimensione morale &#8211; e di conseguenza l’impegno politico &#8211; della letteratura, che non predica bensì mostra”</p>
<p>Educare è mostrare. Solo che non sempre gli educatori sono in grado o nelle condizioni di mostrare (vedi scuola…). </p>
<p>&#8220;La letteratura è un continuo viaggio fra la scrittura diurna, in cui un autore si batte per i propri valori e i propri dèi, e quella notturna, in cui uno scrittore ascolta e ripete ciò che dicono i suoi demoni, i sosia che abitano nel fondo del suo cuore, anche quando dicono cose che smentiscono i suoi valori&#8221;</p>
<p>Quello che Magris vede scontrarsi dentro l’autore è quello che si scontra sul piano storico-sociale. Gli dei o i sosia che abitano la sua fantasia andrebbero rapportati agli dei reali e ai sosia reali che operano nel mondo…. </p>
<p>“Ogni romanzo, al di là delle ideologie, è democratico perché ci mette nei panni e nella pelle degli altri”</p>
<p>Non necessariamente, non sempre. Democratico non è mettersi idealmente nei panni e nella pelle degli altri. Questo è solo un primo passo…</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Emilia by Franco</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2007/11/02/emilia/#comment-14</link>
		<dc:creator>Franco</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Nov 2007 09:04:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/2007/11/02/emilia/#comment-14</guid>
		<description>Molto bello questo articolo di Nazione indiana, anche diverso da quelli ormai illeggibili dei quotidiani anche se le parole usate sembrano le stesse. Credo però che ormai tutto in Italia, di smottamento in smottamento, sta raggiungendo un livello che definirei di totale fuori controllo, cui nessuno è in grado di porre rimedio, ma solo di intervenire sull&#039;onda del panico senza sapere dove andare; vedi gli sconclusionati provvedimenti di questi giorni e le dichiarazioni di un vomito vivente come Veltroni.

La Bonino che piange all&#039;Onu perchè la civilissima Italia riesce a portare all&#039;Onu una petizione di moratoria sulla pemna di morte mentre nel suo paese la pena di morte sarà fra poco amministrata dal primo che passa per strada, è una seconda icona dell&#039;orrore dell&#039;Italia di oggi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Molto bello questo articolo di Nazione indiana, anche diverso da quelli ormai illeggibili dei quotidiani anche se le parole usate sembrano le stesse. Credo però che ormai tutto in Italia, di smottamento in smottamento, sta raggiungendo un livello che definirei di totale fuori controllo, cui nessuno è in grado di porre rimedio, ma solo di intervenire sull&#8217;onda del panico senza sapere dove andare; vedi gli sconclusionati provvedimenti di questi giorni e le dichiarazioni di un vomito vivente come Veltroni.</p>
<p>La Bonino che piange all&#8217;Onu perchè la civilissima Italia riesce a portare all&#8217;Onu una petizione di moratoria sulla pemna di morte mentre nel suo paese la pena di morte sarà fra poco amministrata dal primo che passa per strada, è una seconda icona dell&#8217;orrore dell&#8217;Italia di oggi.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Emilia by Luciana</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2007/11/02/emilia/#comment-13</link>
		<dc:creator>Luciana</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Nov 2007 16:14:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/2007/11/02/emilia/#comment-13</guid>
		<description>Pur colpita dall&#039;orrore di quanto accaduto, poichè io non mi abituo mai a certe notizie, non mi sento di mettermi a giudicare nè il rumeno, né la sua delatrice, nè la vittima.
Credo che certe cose accadono sempre per un motivo la cui motivazione non riusciamo a comprendere sul momento.
A volte dal buio più nero, nasce una timida luce che riesce a rischiarare un intero angolo di mondo. Ciò che giudichiamo male, ciò che ci fa inorridire e che accresce le paure umane... di perdere...in fondo cosa? una borsetta con pochi spiccioli, dei documenti che se ragioni, prima o poi ritrovi buttati in un cassonetto, forse una vita persa inutilmente per difendere un possesso inutile...
Non lo so... forse avete ragione voi che pensate che era ora che un fatto così eclatante portasse all&#039;attenzione pubblica il degrado in cui consentiamo a esseri umani &quot;invisibili&quot; di vivere... perchè a me più che il cruento fatto di cronaca (la cronaca è piena di fatti cruenti e a volte più cruenti di questo) ha colpito la vita da topi da fogna che esseri umani conducono. Nessun Don Benzi (anima buona) si occupa di questi bambini cui mancano i servizi primari ivi compresa l&#039;educazione e l&#039;istruzione!
E allora io mi metto nelle scarpe di uno di loro, privo di cultura, di senso morale, di attenzione da parte dei miei simili &quot;benestanti&quot; e mi chiedo: come sarei cresciuta io in simili condizioni? Avrei scelto anch&#039;io di &quot;delinquere&quot;? sì mi rispondo, sì! Perché l&#039;uomo, qualunque uomo ha dei diritti, dei bisogni, degli istinti, delle parti che reclamano soddisfacimento, attenzione e amore... 
Qualunque uomo o donna ha in sè quella parte di umanità che ha fatto sentire a Emilia che a una sua sorella era stati fatto qualcosa di orribile che non doveva ripetersi mai più!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Pur colpita dall&#8217;orrore di quanto accaduto, poichè io non mi abituo mai a certe notizie, non mi sento di mettermi a giudicare nè il rumeno, né la sua delatrice, nè la vittima.<br />
Credo che certe cose accadono sempre per un motivo la cui motivazione non riusciamo a comprendere sul momento.<br />
A volte dal buio più nero, nasce una timida luce che riesce a rischiarare un intero angolo di mondo. Ciò che giudichiamo male, ciò che ci fa inorridire e che accresce le paure umane&#8230; di perdere&#8230;in fondo cosa? una borsetta con pochi spiccioli, dei documenti che se ragioni, prima o poi ritrovi buttati in un cassonetto, forse una vita persa inutilmente per difendere un possesso inutile&#8230;<br />
Non lo so&#8230; forse avete ragione voi che pensate che era ora che un fatto così eclatante portasse all&#8217;attenzione pubblica il degrado in cui consentiamo a esseri umani &#8220;invisibili&#8221; di vivere&#8230; perchè a me più che il cruento fatto di cronaca (la cronaca è piena di fatti cruenti e a volte più cruenti di questo) ha colpito la vita da topi da fogna che esseri umani conducono. Nessun Don Benzi (anima buona) si occupa di questi bambini cui mancano i servizi primari ivi compresa l&#8217;educazione e l&#8217;istruzione!<br />
E allora io mi metto nelle scarpe di uno di loro, privo di cultura, di senso morale, di attenzione da parte dei miei simili &#8220;benestanti&#8221; e mi chiedo: come sarei cresciuta io in simili condizioni? Avrei scelto anch&#8217;io di &#8220;delinquere&#8221;? sì mi rispondo, sì! Perché l&#8217;uomo, qualunque uomo ha dei diritti, dei bisogni, degli istinti, delle parti che reclamano soddisfacimento, attenzione e amore&#8230;<br />
Qualunque uomo o donna ha in sè quella parte di umanità che ha fatto sentire a Emilia che a una sua sorella era stati fatto qualcosa di orribile che non doveva ripetersi mai più!</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Serge Latouche, La scommessa della decrescita by Una economia senza la crescita &#171; Capitan Uncino</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2007/07/21/serge-latouche-la-scommessa-della-decrescita/#comment-12</link>
		<dc:creator>Una economia senza la crescita &#171; Capitan Uncino</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Oct 2007 10:52:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/2007/07/21/serge-latouche-la-scommessa-della-decrescita/#comment-12</guid>
		<description>[...] Su Serge Latouche leggi anche Attilio Mangano su Intellettuali/Storia e Carlo Gambescia qui [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Su Serge Latouche leggi anche Attilio Mangano su Intellettuali/Storia e Carlo Gambescia qui [...]</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Se mi negasse un dio l’amore&#8230; by Franco</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2007/10/12/se-mi-negasse-un-dio-l%e2%80%99amore/#comment-11</link>
		<dc:creator>Franco</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Oct 2007 13:22:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/2007/10/12/se-mi-negasse-un-dio-l%e2%80%99amore/#comment-11</guid>
		<description>Sì, quando il dio d&#039;amore ci afferra ci trascina in un turbine di cose belle e meno belle, ma siamo presi da tutto ciò, al di là della nostra volontà e capacità di padroneggiamento...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, quando il dio d&#8217;amore ci afferra ci trascina in un turbine di cose belle e meno belle, ma siamo presi da tutto ciò, al di là della nostra volontà e capacità di padroneggiamento&#8230;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Se mi negasse un dio l’amore&#8230; by Alessandra</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2007/10/12/se-mi-negasse-un-dio-l%e2%80%99amore/#comment-10</link>
		<dc:creator>Alessandra</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Oct 2007 12:14:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/2007/10/12/se-mi-negasse-un-dio-l%e2%80%99amore/#comment-10</guid>
		<description>Bellissima, complimenti Attilio. Il metro prevalentemente novenario che scegli per rendere Ovidio, anziché ricalcare i distici elegiaci dell&#039;originale, prende un andamento volutamente più scanzonato e zoppicante, forse più simile a un tetrametro trocaico: ma è una scelta paradossalmente più consona all&#039;originale. Davvero, come sosteneva il grande Venanzio Reali, tradurre significa trasporre in un altro codice linguistico (e, in poesia, metrico) lo stesso ordine semantico che l&#039;autore aveva &quot;in pectore&quot;. 
Significa, in pratica, scrivere come scriverebbe l&#039;autore se fosse stato italiano. Sollevare il velo di Maya della confusione babilonica. 

In un&#039;epoca di pseudo-traduttori che si permettono di violentare testi senza neppure conoscere la lingua da cui fingono di attingere, collazionando e scopiazzando di qua e di là (credo che Quasimodo per primo non abbia dato, in questo caso, un gran buon esempio), la tua traduzione dimostra l&#039;umiltà filologica del confronto interlineare con un grande latinista e un sapiente uso di un orecchio poetico che ti appartiene con forza.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bellissima, complimenti Attilio. Il metro prevalentemente novenario che scegli per rendere Ovidio, anziché ricalcare i distici elegiaci dell&#8217;originale, prende un andamento volutamente più scanzonato e zoppicante, forse più simile a un tetrametro trocaico: ma è una scelta paradossalmente più consona all&#8217;originale. Davvero, come sosteneva il grande Venanzio Reali, tradurre significa trasporre in un altro codice linguistico (e, in poesia, metrico) lo stesso ordine semantico che l&#8217;autore aveva &#8220;in pectore&#8221;.<br />
Significa, in pratica, scrivere come scriverebbe l&#8217;autore se fosse stato italiano. Sollevare il velo di Maya della confusione babilonica. </p>
<p>In un&#8217;epoca di pseudo-traduttori che si permettono di violentare testi senza neppure conoscere la lingua da cui fingono di attingere, collazionando e scopiazzando di qua e di là (credo che Quasimodo per primo non abbia dato, in questo caso, un gran buon esempio), la tua traduzione dimostra l&#8217;umiltà filologica del confronto interlineare con un grande latinista e un sapiente uso di un orecchio poetico che ti appartiene con forza.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Il pensiero triste by Rosannamaria Sotgiu</title>
		<link>http://capitanuncino.wordpress.com/2007/10/09/il-pensiero-triste/#comment-9</link>
		<dc:creator>Rosannamaria Sotgiu</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2007 20:33:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://capitanuncino.wordpress.com/2007/10/09/il-pensiero-triste/#comment-9</guid>
		<description>È un bel pezzo, interessante, ma mi lasciano interdetta questi filosofi che si mettono sempre nella posizione di “voler fare i conti con Dio”. E dire che nella mia vita mi sono spesso messa in discussione con Lui, una discussione oserei dire “diretta” pregna di ricerche di ogni tipo, fino a quando ho riconosciuto la superiorità, la distanza che esisteva comunque tra me e l’Ein Soft, l’indescrivibile, l’indecifrabile. Fintanto che non mettiamo questo “sfondo” alla nostra realtà terrena credo che tutti noi sprechiamo molte energie inutilmente.
Se Gli si ascrive una superiorità, questa dovrebbe essere rispettata: se si riconosce in Lui il primum movens allora dovremmo essere capaci di essere più umili. Ma l’umiltà è ancora un valore?
Se, viceversa, lo riteniamo frutto della nostra necessità di rendere in qualche modo illimitata la nostra esistenza, di dare uno sfondo infinito ad una esistenza finita, che bisogno c’è di combatterlo fino a “farlo morire”?
Ma l’uomo non ci sta a vivere questa “necessaria” sudditanza nei confronti dell’idea di infinito ed è come se girasse a vuoto intorno a se stesso, alla sua finitezza e al suo destino peribile.
“quando il saggio indica il cielo con un dito, lo stolto guarda la punta del dito!” 
In un Midrash ebraico che tratta l’attesa di questo popolo per il Messia, si dice che quando il Messia verrà, sarà già venuto. Intendendo dire che quando i cuori degli uomini l’avranno saputo riconoscere dentro di loro, la sua venuta “fisica” sarà già stata preceduta da quella spirituale. Pertanto quando verrà, sarà già venuto.
Sono stata definita e mi sento una “personalità di servizio”, preferisco aiutare piuttosto che dirigere, che so agire il potere, per questo non lo agisco! Che ritengo che tutti siamo collegati e non monadi impazzite in universi paralleli, che ritengo che ciò che dono ad uno oggi mi tornerà, sotto altre forme magari, da un altro domani, non necessariamente da chi è stato oggetto del mio dono …
L’essere può benissimo conoscersi se accetta che in sé esiste un contorno indefinito ed indefinibile!
Proviamo a pensare a Dio come ad un “diverso” da noi? cambia la prospettiva?
Invece continuiamo a volerlo “uccidere” in quanto lo sentiamo genitore! E per affrancarci nella vita si sa che si debbono “uccidere” i genitori … poi però bisogna accettare l’idea di essere orfani e camminare sulle nostre gambe, non cercare ancora i “genitori” uccisi!
La nostra crescita umana non passa dalla “morte di Dio”, ha strade proprie, ampie, definite … ma l’uomo vuole passare di lì! Deve distruggere per costruire! 
L’uomo vuole pensare Dio per possederlo … non accetta di essere invece “posseduto” da Dio.
Torniamo alla filosofia eleatica dove si dice che l’essere è in quanto è uguale a se stesso e non è possibile che non sia. Se l’uomo riconoscesse che Dio ha sì creato il mondo ma che ognuno di noi è costantemente co-creatore del mondo insieme a Dio … forse si sentirebbe meno inutile e più adeso e riuscirebbe a guardare l’altro con occhi privi di pregiudizi. Infatti oggi l’uomo non riesce più a vedere il “diverso” in quanto tale, ma sempre in rapporto a sé … si è persa la purezza del pensiero che ci permette di guardare l’albero in fiore (Heidegger) scindendolo da pensieri di utilizzo per noi stessi, ma osservandolo nel suo essere albero in fiore!
Il pensiero dell’uomo di oggi è pre-occupato … ossia già occupato, ma a chi pensa veramente, il pensiero si offre (Prof. Barani Modena).
Complimenti comunque all&#039;Autrice.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>È un bel pezzo, interessante, ma mi lasciano interdetta questi filosofi che si mettono sempre nella posizione di “voler fare i conti con Dio”. E dire che nella mia vita mi sono spesso messa in discussione con Lui, una discussione oserei dire “diretta” pregna di ricerche di ogni tipo, fino a quando ho riconosciuto la superiorità, la distanza che esisteva comunque tra me e l’Ein Soft, l’indescrivibile, l’indecifrabile. Fintanto che non mettiamo questo “sfondo” alla nostra realtà terrena credo che tutti noi sprechiamo molte energie inutilmente.<br />
Se Gli si ascrive una superiorità, questa dovrebbe essere rispettata: se si riconosce in Lui il primum movens allora dovremmo essere capaci di essere più umili. Ma l’umiltà è ancora un valore?<br />
Se, viceversa, lo riteniamo frutto della nostra necessità di rendere in qualche modo illimitata la nostra esistenza, di dare uno sfondo infinito ad una esistenza finita, che bisogno c’è di combatterlo fino a “farlo morire”?<br />
Ma l’uomo non ci sta a vivere questa “necessaria” sudditanza nei confronti dell’idea di infinito ed è come se girasse a vuoto intorno a se stesso, alla sua finitezza e al suo destino peribile.<br />
“quando il saggio indica il cielo con un dito, lo stolto guarda la punta del dito!”<br />
In un Midrash ebraico che tratta l’attesa di questo popolo per il Messia, si dice che quando il Messia verrà, sarà già venuto. Intendendo dire che quando i cuori degli uomini l’avranno saputo riconoscere dentro di loro, la sua venuta “fisica” sarà già stata preceduta da quella spirituale. Pertanto quando verrà, sarà già venuto.<br />
Sono stata definita e mi sento una “personalità di servizio”, preferisco aiutare piuttosto che dirigere, che so agire il potere, per questo non lo agisco! Che ritengo che tutti siamo collegati e non monadi impazzite in universi paralleli, che ritengo che ciò che dono ad uno oggi mi tornerà, sotto altre forme magari, da un altro domani, non necessariamente da chi è stato oggetto del mio dono …<br />
L’essere può benissimo conoscersi se accetta che in sé esiste un contorno indefinito ed indefinibile!<br />
Proviamo a pensare a Dio come ad un “diverso” da noi? cambia la prospettiva?<br />
Invece continuiamo a volerlo “uccidere” in quanto lo sentiamo genitore! E per affrancarci nella vita si sa che si debbono “uccidere” i genitori … poi però bisogna accettare l’idea di essere orfani e camminare sulle nostre gambe, non cercare ancora i “genitori” uccisi!<br />
La nostra crescita umana non passa dalla “morte di Dio”, ha strade proprie, ampie, definite … ma l’uomo vuole passare di lì! Deve distruggere per costruire!<br />
L’uomo vuole pensare Dio per possederlo … non accetta di essere invece “posseduto” da Dio.<br />
Torniamo alla filosofia eleatica dove si dice che l’essere è in quanto è uguale a se stesso e non è possibile che non sia. Se l’uomo riconoscesse che Dio ha sì creato il mondo ma che ognuno di noi è costantemente co-creatore del mondo insieme a Dio … forse si sentirebbe meno inutile e più adeso e riuscirebbe a guardare l’altro con occhi privi di pregiudizi. Infatti oggi l’uomo non riesce più a vedere il “diverso” in quanto tale, ma sempre in rapporto a sé … si è persa la purezza del pensiero che ci permette di guardare l’albero in fiore (Heidegger) scindendolo da pensieri di utilizzo per noi stessi, ma osservandolo nel suo essere albero in fiore!<br />
Il pensiero dell’uomo di oggi è pre-occupato … ossia già occupato, ma a chi pensa veramente, il pensiero si offre (Prof. Barani Modena).<br />
Complimenti comunque all&#8217;Autrice.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>
